C – Opere aperte, Comune di Russi, 2019

OPERE APERTE

A CURA DI
BRUNO BANDINI
BEATRICE BUSCAROLI

Dal 7 al 29 settembre 2019

La “forma” è un’apparenza sensibile, un inganno, o una regola che si impone a dispetto delle incertezze del mondo in cui viviamo? Opere aperte sono altrettanti modi di interrogare la complessità della forma e del gesto artistico dopo i collassi che nelle arti visive si sono prodotti negli ultimi decenni. Uno sforzo di dare un senso alle “cose” attraverso l’incognita della forma. E questo grazie alle opere di due maestri, Rinaldo Novali e Antonio Violetta e di due giovani, Martina Maranelli e Federico Branchetti. Due diverse generazioni, formazioni quanto mai differenti, che non vogliono mettere “a confronto” alcunché, ma piuttosto evidenziare un comune impegno rivolto a mettere a nudo le frontiere fascinose e incerte, ma cariche di seduzioni, della pittura e della scultura. Un dialogo tra materia e gesto, tra componente mentale e svolgimento esecutivo, tra ambiguità, allusioni, desideri dove si esalta la poeticità del linguaggio artistico.
Valentina Palli
Sindaco di Russi

Non si tratta di moltiplicare l’intuizione che ebbe Umberto Eco in merito allo statuto delle arti sul finire degli anni Cinquanta. Le nostre Opere aperte sono altrettanti modi di interrogare la complessità della forma e del gesto artistico dopo i collassi che nelle arti visive si sono prodotti negli ultimi decenni. Dare un senso al mondo attraverso l’incognita della forma.

“Questi omicidi hanno tre cose in comune: non hanno niente in comune; non si conosce il movente; non si conosce il colpevole”
J.Feiffer, Piccoli omicidi

Fortunatamente, rispetto alla sarcastica e disarmante considerazione dell’inetto detective che indaga sui “piccoli omicidi” di Jules Feiffer siamo messi un po’ meglio: conosciamo i colpevoli …gli autori delle opere che abbiamo l’opportunità di osservare. Poi, in aggiunta, potremmo dire che qualche cosa in comune ce l’hanno – autori e opere, s’intende: sono figli o nipoti della profonda crisi che investe il gesto artistico nel corso degli anni Settanta. Una crisi che ha attraversato tutto il decennio successivo: quei “mitici” anni Ottanta dove si produceva molto ma si pensava poco; dove il pensiero s’indeboliva e tutto sembrava ammissibile e facilmente “digeribile”. La dissoluzione irreversibile del clima “informale”, l’implosione del cinismo della pop art, la violenta rarefazione dei contenuti emozionali dell’opera a favore di una ricerca tutta teoretica imposta dall’arte concettuale, generano uno stato ansioso al quale si cerca di rispondere nei modi più differenti: dalla citazione al trionfo del colore, dal recupero di stilemi di ascendenza espressionista alle investigazioni sulle relazioni tra spazio umano e spazio culturale. Sono queste le premesse di quel singolare e discusso Kunstwollen che si è chiamato “postmoderno”. Un modo di operare che non sembra riconoscersi più nelle visioni finalistiche proprie delle “grandi narrazioni” moderniste capaci di dare un senso compiuto e una legittimità all’esistenza attraverso una prospettiva certa, che rifiuta il bando dell’emozionalità, di una narrazione incompiuta, fragile.
Difficile trovare il “colpevole” perché ormai alle “grandi narrazioni” sono subentrate molteplicità di piccoli racconti che generano spaesamento, che saccheggiano il patrimonio linguistico e culturale e disorientano la lettura del mondo e delle cose.
Dunque, i nostri autori rientrano in questa prospettiva operativa? In parte sì. Ma solo in parte. Non solo e non tanto per le differenze generazionali, ma perché la loro “post- modernità” mostra tratti
quanto mai originali. […]

Bruno Bandini
Beatrice Buscaroli

 

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