Secondo Darwin:
“Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva aicambiamenti.”
Questa citazione di Charles Darwin estrapolata dall’Origine delle specie del 1859 l’ho trovatapiuttosto adatta al contesto storico in cui ci troviamo.
In un mondo dove l’uomo si era già perso da tempo, questo periodo di estremo fermo che ha colpito a poco a poco l’intera umanità, ci ha lasciato un vuoto interiore, ma ci ha anche aiutato a soffermarci su noi stessi, più di quanto non avessimo mai fatto prima d’ora.
La nostra generazione è cresciuta all’interno di una vita veloce, tutto cambia costantemente anche di ora in ora, che si tratti di tecnologia o semplicemente della nostra stessa persona, che posta davanti a questi mutamenti, in preda alla ferocia esterna, è costretta a prendere continue decisioni anche se non è mentalmente pronta. Questo può essere un vantaggio per tutti quegli indecisi che senza una spinta non riuscirebbero a scegliere nemmeno cosa mangiare per cena, ma in generale il ritrovarsi davanti a continui ed improvvisi bivi porta all’inadeguatezza personale; come diceva mio padre: “meglio fare le cose una volta sola ma fatte bene, piuttosto che doverle rifare di continuo”.
Più cresci e più ti rendi conto che la società questo lusso non vuole proprio dartelo: tutti corriamo a scuola o all’università, incontriamo persone provenienti da posti lontanissimi senza poterci permettere un po’ di fiato per assaporare queste esperienze. Sono momenti dalla polpa preziosa che andrebbero incamerati con il giusto tempo, ognuno diverso dall’altro.
L’arte, sottovalutata amaramente dai corridori professionisti di questa vita, ha un ruolo fondamentale dal punto di vista decisionale del tempo. Avete mai visto qualcuno correre dentro una galleria? A meno che non si trattasse di un’azione performativa, gli artisti, come gli appassionati e i sostenitori di questa disciplina, non svolgono maratone, ma camminano, si godono a pieno sguardo ciò che gli sta attorno, senza far caso a ciò che sta fuori. Che si tratti di un prato o di una stanza, gli ambienti artistici attirano a sé persone che ancora riescono a ritagliarsi attimi o giornate dedicate allo stupore e alla parola con uno sconosciuto, riuscendo a trarre da quell’atmosfera immobile l’energia per ributtarsi nella frenesia esterna. Tutto tace, tutto ha un ordine anche se si tratta di caos; un semplice orinatoio può essere un’opera d’arte come ci insegna Duchamp. Una volta varcata la soglia ci si aspetta sempre di trovare rispetto e di potersi sentire a proprio agio.
Durante questo fermo il mondo ha preso le sembianze di una galleria. Dalla casa o dalla strada per chi poteva uscire, il balcone del vicino prendeva forme, colori, che prima non aveva, come i dipinti della Cattedrale di Rouen che Monet realizzò dal 1892 al 1894. Due interi anni in cui il pittore metteva il suo cavalletto davanti all’architettura e in base agli agenti atmosferici, alle luci e alle posizioni diverse che intraprendeva intorno alla struttura, ripeteva e ripeteva ciò che vedeva.
Ogni dipinto è diverso come quel balcone dal quale passavamo di fronte nel tornare a casa, ma che non avevamo mai visto per davvero.
Siamo tutti estremamente diversi eppure così simili nelle piccole cose che ci caratterizzano a livello personale, come i ragazzi che partecipano a questa mostra. Ognuno di loro utilizza media diversi: c’è chi dipinge, chi disegna, chi modella sculture o realizza fotografie.
All’inizio non avevo idea di come poterla chiamare, proprio a causa di queste differenze stilistiche, ma dopo aver letto le descrizioni dei lavori, la risposta al mio quesito fu lampante e quindi io e Diandra Cannata decidemmo che il titolo dell’esposizione sarebbe stata: Dialoghi.
Le opere scelte sono: vecchi lavori che in questo periodo hanno ritrovato un rigeneramento, materiali ritrovati nei cassetti dei propri cari, visioni del panorama esterno assimilate dalla propria finestra, ricerche di bontà e salvezza nel divino, mutamenti corporei, pitture che ricreano tessili geografie, sintomi di bellezze condannate, disegni di erotiche danze, inclinazioni teatrali di luci ed intime istanze.
Ognuna di loro dialoga con l’altra solo per il fatto di appartenere ad una persona che oltre ad avere passione per l’arte, ha quell’occhio scintillante in grado di catturare davanti al nuovo e al diverso, fonte di interpretazione e scambio.
Create in ambienti differenti, queste opere riescono a comunicare e ad appartenere al periodo in cui ci troviamo e nel quale ognuno di noi ha riscoperto qualcosa di sé, riuscendo a trasmetterlo nel proprio lavoro.
Abbiamo dovuto rallentare, ci siamo seduti fino a sdraiarci, abbiamo osservato ed ammirato, abbiamo ricamminato nei soliti viali, sotto gli stessi portici che ci hanno sempre portato fino a pochi mesi prima, tutti i giorni, davanti all’Accademia e grazie a questo cambiamento, siamo sopravvissuti come persone e ancora di più come artisti.
Melissa Franzini
Dal 6 luglio al 31 agosto mostra online collettiva con la Millenium Gallery di Bologna